Dopo aver visto, nel precedente post, quali siano i pericolosi precetti che potrebbero essere usati per compiere proselitismo islamico, vediamo ora in che modo queste tecniche di turlupinatura e di raggiro vengano effettivamente messe in atto.

Tariq Ramadan è un intellettuale svizzero musulmano, conosciuto per la sua bella retorica e per i suoi modi garbati. Volto moderato dell’islam in Europa, è stato anche consulente della commissione europea durante l’ultimo mandato di Romano Prodi. Suo nonno (Hassan al Banna), su cui Tariq ha scritto la propria controversa tesi di laurea, è stato il fondatore del movimento fondamentalista dei Fratelli Musulmani. Recentemente si è molto parlato dei tentativi di boicottare la Fiera del Libro di Torino: l’idea in effetti era stata lanciata per la prima volta da Ramadan. E’ stato piuttosto sorprendente vedere come alcuni gruppi di giovani studenti abbiano entusiasticamente accettato l’invito, dimostrando che certa sinistra terzomondista prenda molto sul serio le parole dell’intellettuale musulmano – soprattutto quando di mezzo c’è la possibilità di dimostrare il proprio eterno dissenso verso le politiche israeliane.

Nel 2004 venne pubblicato in Francia un libro-inchiesta: “Frère Tariq” (Fratello Tariq) di Caroline Fourest, la cui tesi fondamentale è che Ramadan, sotto la punta d’iceberg politically correct, sia in realtà l’erede politico di suo nonno, e promotore di una forma di integrazione molto controversa. Al libro della Fourest è stato dedicato un servizio su Panorama; interpellato dalla redazione, Ramadan non ha voluto commentare l’inchiesta di Fourest. Però avverte: «Invece d’indagare su di me, dovreste indagare su quella donna». Una reazione che ricorda la strategia scientologista dell’ “attacca chi ti attacca”.

Caroline Fourest, caporedattore di ProChoix, una rivista in difesa delle libertà individuali contro le ideologie totalitarie, da 10 anni si occupa d’integralismo religioso: cristiano, ebraico, islamico. Dedica il suo libro

a tutti coloro che, come me, hanno un tempo sperato che Tariq Ramadan potesse essere uno degli ambasciatori della lotta contro le discriminazioni, un alleato nella lotta contro la globalizzazione che uccide la diversità e portatrice di dominazione, e si sono accorti che militava soprattutto per porre questa rivolta al servizio di un islam politico arrogante, dominante e manicheo’

Analizzando un numero notevole di fonti (tra cui articoli, interviste, registrazioni e trascrizioni), l’autrice traccia un profilo politico abbastanza chiaro: Tariq Ramadan promuove una linea di condotta il più vicina possibile alle leggi e alle fondamenta costituzionali, ma insiste sul fatto che discostarsene è inevitabile nel momento in cui il proprio essere musulmano impedisca di abbracciarle totalmente:

Durante la conferenza «Notre identité face au contexte: assimilation, intégration ou contribution?», (Ramadan) fa questa proposta ai suoi compagni di fede: «Noi siamo d’accordo per l’integrazione, ma siamo noi che vi metteremo il contenuto.» Ebbene, qual’è questo contenuto? «Accetto queste leggi fino a che queste non mi obblighino a fare qualcosa contro la mia religione.»

In una registrazione su cassetta, Ramadan si definisce pronto a combattere una società che gli neghi dei diritti che lui ritiere irrinunciabili – e il cui fine è, ancora una volta, quello di impedire una dissoluzione dei valori islamici nelle comunità musulmane in europa. Lo stesso tema ricorre spesso, come la Fourest fa notare in un’altro passo del libro:

Ramadan propone di integrare tutto quello che è islamico, ma combatte con tutte le sue forze perchè la comunità rimanga impermeabile a tutto ciò che islamico non è: «Integro il bene a nome dell’universale, non mi dissolvo, non mi relativizzo» Poi aggiunge, «porto con me un idea globalizzante». Lo scambio non è dunque possibile se non in un solo senso: i musulmani sono pregati di non dissolversi nelle società occidentali, ma di appropriarsi della loro cittadinanza per meglio islamizzare il loro ambiente. (…) Bisogna ben comprendere cosa intenda quando parla di “contribuzione” musulmana, nozione che presenta come una terza via tra assimilazione e integrazione. Ecco molto precisamente come egli traduce il concetto ai suoi fedeli: «Bisogna impegnarsi in ogni campo affinchè si possano cambiare le cose verso un’ottica più islamica.»

«Sviluppare un discorso che si adatti all’orecchio che ascolta»: questo è il punto fondamentale che sviluppa Ramadan in una delle cassette vendute in decine di migliaia di copie dalle edizioni Tawhid, legate ai Fratelli musulmani.
Sorprende però come Tariq Ramadan eviti categoricamente di accusare l’islam fondamentalista, limitandosi a definire come “politici musulmani” alcuni fonadamentalisti come Youssef al-Qaradhawi oppure Sayyid Qotb, passando per lo stesso Banna.

La tecnica di dissimulazione è messa oramai alla luce del sole. E’ quindi chiaro quale sia il piano della fratellanza musulmana, di cui Tariq evidentemente non è che un’”avatar” dal volto moderato. Il servizio per Panorama di Silvia Grilli ha per sottotitolo questa breve e lapidaria descrizione:

A Parigi un dossier dimostra la strategia dei Fratelli musulmani per conquistare l’Europa. Punto primo: allearsi con la sinistra no global e i cattolici terzomondisti. Punto secondo: dissimulare.